Il XVII secolo segnò per Cusano una vera e propria rinascita. Sulla scia di un settore manifatturiero della lana in piena espansione, anche l’agricoltura visse una straordinaria fioritura, superando la stagnazione dei secoli precedenti.

Questa nuova prosperità coinvolse tutti: si riscoprì il valore dei terreni fertili e persino i patrimoni degli enti religiosi si consolidarono, espandendo i propri possedimenti e investendo con rinnovato vigore nel settore agricolo.

Non si trattava di latifondi sterminati, ma per lo più di piccole e medie proprietà a coltura mista, gestite direttamente dalle famiglie contadine. Fu proprio questa nuova vitalità economica a ridisegnare il paesaggio rurale: nacquero nuove case coloniche, che punteggiarono le campagne con un movimento centrifugo, opposto a quello medievale.

Queste dimore, umili o signorili, riflettevano fedelmente la condizione sociale dei loro proprietari. Si possono distinguere in cinque tipologie principali, che insieme raccontano la storia dell’edilizia agricola cusanese: dalla semplice casella alla raffinata dimora di campagna (casino) dei benestanti, che spesso risiedevano in città.

Un tratto architettonico comune a tutte era la ricerca della praticità: le facciate erano sempre rivolte a sud per catturare il sole, mentre i lati nord erano parzialmente scavati nel pendio per proteggersi dai venti. Il risultato sono costruzioni di una solida e rustica semplicità, dove le pareti piene dominano sulle aperture, caratterizzando ancora oggi il volto della nostra campagna.

L’evoluzione dell’edilizia rurale: dai ciottoli grezzi ai conci di tufo

Le Origini (1600): Rusticità e Materiali Poveri

Nel Seicento, riconoscere le costruzioni dell’epoca sarebbe difficile senza alcuni indicatori chiave, primo fra tutti il tipo di pietre e la loro disposizione nelle murature. I modelli più antichi presentano una tessitura muraria formata da pietrame di fiume irregolare, appena sbozzato o spaccato in modo grossolano. Questa tecnica, vicina all'”opera incerta”, prevedeva corsi approssimativi che spesso venivano livellati inserendo frammenti di coccio.

La superficie scabra di questi materiali rendeva necessario un spesso strato d’intonaco grezzo, applicato soprattutto sulle zone più irregolari. In questo contesto, gli architravi delle aperture erano semplici traverse di quercia, così come i serramenti, di dimensioni contenute e privi di qualsiasi decorazione. Anche gli stipiti e le soglie erano improntati alla massima essenzialità, realizzati con grandi mattoni di cotto giustapposti.

Il Settecento: Verso una Maggiore Regolarità

Nel XVIII secolo si avvia una prima evoluzione. Si inizia a utilizzare pietrame di cava sommariamente squadrato, che permette di realizzare corsi murari più regolari, riducendo la necessità di riempimenti. Le piattabande in legno vengono sostituite da architravi in pietra, spesso supportate da piedritti in laterizio che venivano intonacati per mimetizzarsi. Fanno la loro comparsa le prime cornici intere in pietra per le finestre.

Le soglie si evolvono, assumendo una caratteristica forma a “semi-toro” o ovolo, con la convessità rivolta verso il basso e sporgente rispetto al filo della muratura. Parallelamente, per gli infissi il legno di castagno soppianta la quercia e le finestre diventano più ampie, spesso dotate di doppia specchiatura.

L’Ottocento e Oltre: Il Trionfo della Pietra Lavorata

A partire dal 1800 e per buona parte del Novecento, si assiste a un’ulteriore qualificazione delle tecniche costruttive. I materiali possono ora essere definiti a tutti gli effetti “conci” per la precisione della lavorazione, specialmente sugli spigoli, dove i profili sono spesso stilitati (smussati). Alla regolarità dei corsi murari corrisponde la precisione delle soglie e degli architravi, ora interamente in pietra. Il profilo delle soglie continua a evolversi, segnando il passaggio a un’edilizia più raffinata e duratura.